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Quattro anni dopo, per la Germania Ovest, i tempi supplementari si riveleranno ancora fatali, in una partita contro l'Italia che l'unanimità degli appassionati di calcio ritiene "la partita del secolo".
Si gioca il 17 giugno del '70 allo stadio Azteca di Città del Messico, ed è la semifinale di un nuovo campionato del mondo. L'Italia è allenata da Ferruccio Valcareggi e schiera un "undici" storico, nel quale spiccano i nomi di Gigi Riva, Roberto Boninsegna, Gianni Rivera. Dall'altra parte, i "panzer" tedeschi arrivano a quell'appuntamento forti di quattro vittorie su quattro partite e di 13 gol messi a segno, 8 dei quali dal solo Gerd Mueller, sgraziato ma efficacissimo attaccante. Sembra una partita destinata a finire come tante altre: passa in vantaggio l'Italia con un gol di Domenghini, e quel vantaggio tiene fino a oltre il novantesimo minuto, arginando i ripetuti attacchi dei tedeschi. Fino a quando il difensore Schnellinger - che da dieci anni milita in una squadra italiana, il Milan - trova il pareggio con un gol in scivolata nei due minuti di recupero concessi dall'arbitro.
"Proprio lui!", è lo spontaneo commento di Nando Martellini, che racconta la partita ai telespettatori italiani. Si va ai supplementari, e il match entra nel mito. Le due squadre danno vita a un botta e risposta di gol che esalta chi gremisce gli spalti e tiene con il fiato sospeso, nelle rispettive nazioni, almeno cinquanta milioni di persone incollate alla televisione malgrado, per il fuso orario, in Europa sia notte inoltrata. Va subito in vantaggio la Germania grazie a una papera difensiva di Poletti. Pareggia un altro difensore, Burgnich e Riva segna il gol del 3 a 2.
Immediata la replica tedesca con Mueller, cui segue, solo un minuto dopo, l'apoteosi italiana. Discesa sulla fascia sinistra di Domenghini, che raggiunge l'area di rigore avversaria e detta un passaggio leggermente arretrato, sul quale arriva in corsa Rivera. Che calcia male, ma spiazza il portiere tedesco. E' il 4 a 3, risultato definitivo e impresso nella storia del calcio come il punteggio della partita più bella mai giocata da due squadre. In Italia, la gente scende nelle piazze e si dà alla pazza gioia, improvvisando caroselli che riempiono di colori ogni città. "Celebrando quella vittoria, l'Italia celebrò se stessa", ha scritto un autorevole sociologo, Nando Dalla Chiesa. "E' stata la partita che ha ribaltato alcune credenze relative alla squadra azzurra, al calciatore italiano e addirittura all'italiano tout court - è il commento di Gian Paolo Ormezzano -.
Il mondo si è sorpreso di vederci agonisti, combattivi, tenaci, volenterosi, disperati di una disperazione lucida. I primi sorpresi, tuttavia, siamo stati noi stessi. Probabilmente nessun incontro nella storia del nostro calcio, nessun avvenimento nella storia del nostro sport ha inciso così profondamente i pensieri, le credenze nazionali". Una partita, insomma, che nella storia d'Italia ha contato addirittura più di quelle giocate dalla nostra Nazionale nell'82 in Spagna, dove l'undici allenato da Bearzot vince il titolo mondiale. Allo stadio Azteca, ora, una targa murata ricorda quell'evento, celebrato anche con la consegna di una coppa speciale ai tedeschi da parte degli organizzatori messicani, sulla quale è incisa la frase "Vencido y vencedor, siempre con honor".
Il trionfo italiano, ad ogni modo, si spegne sotto i colpi del brasile di Pelé, avversario nella finale del 21 giugno. I "carioca" vincono 4 a 1, avendo facile gioco su una squadra stremata dalla fatica di quegli storici tempi supplementari, e conquistano definitivamente la Coppa Rimet, avendola vinta già altre due volte, nel '58 in Svezia e nel '62 in Cile. Ma al di là della spossatezza degli italiani (che al ritorno, a Fiumicino, sono accolti dal fitto lancio di pomodori da parte di un pubblico immediatamente dimentico dell'impresa contro la Germania Ovest), quel Brasile è forse la miglior squadra che abbia mai solcato l'erba di un campo da calcio, e ha in Edson Arantes Do Nascimiento (il nome ufficiale di Pelè) la sua punta di diamante.
Questi è una star già dalla vittoria in Svezia del '58, quando in finale segna un meraviglioso gol (con due palleggi si libera del muro difensivo e mette in rete con un tiro preciso e angolato). Ha doti straordinarie di controllo di palla, velocità e forza fisica: nella finale contro l'Italia segna il primo dei gol brasiliani, un colpo di testa cercato con un'elevazione impressionante che lascia praticamente a terra il povero Burgnich, incaricato di marcarlo. Doti che, oltre a consentirgli di raggiungere ogni tipo di successo sportivo, lo dipingono come primo, vero personaggio nel mondo calcistico. Anzi, si può dire che Pelè sia stato - e sia tuttora - l'ambasciatore nel mondo di questo sport. E' tra i primi a tentare l'esportazione della cultura calcistica in un Paese, gli Stati Uniti, che ama esclusivamente basket, baseball e quel derivato del rugby conosciuto come football americano.
Il brasiliano, infatti, dopo un fulgida carriera con la casacca bianca del Santos avrà una breve esperienza nel Cosmos, a New York. Una squadra, questa, che non offre talenti ma si limita a "riciclare" vecchie glorie, coprendoli di denaro e fregiandosi del loro nome quasi per scopi pubblicitari (tra gli italiani, vi militerà alla fine degli anni Settanta l'attaccante laziale Giorgio Chinaglia).
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