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Calcio e calcetto

La storia del calcio

L'epoca dei "personaggi" e della violenza negli stadi (II)

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Sotto gli influssi dell'alcool, alcuni di loro cominciano una carica al settore adiacente, dove risiedono gli italiani, tra i quali molti padri di famiglia con figli a seguito. Per evitare il bombardamento di cocci di bottiglia e spranghe di ferro, la folla si ammassa contro i muretti di protezione. C'è chi, in quell'assembramento pauroso, rimane soffocato; c'è chi fa un volo di venti metri verso il basso, il muretto di protezione avendo ceduto sotto il peso della folla; c'è chi, nel tentativo di sfuggire, scavalca un cancello di protezione ma perde l'equilibrio e viene trafitto dagli spuntoni. Tutto ciò accade sotto gli occhi dell'inerme polizia belga e sotto quelli delle telecamere, che mandano in eurovisione la carneficina. Che conta, alla fine, 39 morti, di cui 36 italiani. E' la notte più allucinante della storia del calcio. Altri tifosi juventini, seduti nel settore opposto a quello della strage, capiscono cosa sta accadendo e, per entrare in campo, tentano di divellere la rete di protezione.
I giocatori sono chiusi negli spogliatoi, raggiunti da sporadiche notizie. La voglia di giocare non c'è più, ma la partita viene comunque disputata per evitare ulteriori disordini (quali altri?, vien da chiedersi dopo quanto è accaduto).

Vince la Juventus, con un gol segnato da Michel Platini grazie a un rigore inesistente per un fallo subito dal bianconero Boniek ben al di fuori dell'area di rigore. In una finale ordinaria, quella decisione avrebbe scatenato continue proteste dei giocatori penalizzati, ma in quel momento nessun inglese ha il coraggio di protestare.
La notte dell'Heysel non è certo il primo episodio di violenza calcistica, che ha conosciuto ben altri bilanci (per esempio, novantun morti durante una partita a Sheffield, in Inghilterra, nel maggio dell'89). I primi scontri tra facinorosi, in Italia, si registrano addirittura nel luglio del 1925 a Torino, con una sparatoria tra tifosi dei granata e del Genoa che fortunatamente non ferisce né uccide alcuno. La finale tra Juventus e Liverpool, però, complice la ripresa televisiva, rappresenta l'icona della violenza da stadio, alla quale si torna con la memoria ogni volta che gli spalti offrono lo "spettacolo" di tifosi che manifestano nel modo sbagliato il proprio entusiasmo.

Quello della violenza, ad ogni modo, è uno dei molti aspetti di un'esasperazione che dilaga in tutto l'ambiente, e che dalla metà degli anni Novanta ha conosciuto un'impennata grazie alle nuove regole sulla circolazione dei giocatori imposte da una sentenza emanata nel '95 dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Una decisione storica, che sancisce la libera circolazione dei calciatori sul territorio europeo - nel rispetto del principio della libera circolazione dei lavoratori - e che consente quindi a ogni squadra di far giocare un calciatore comunitario in ogni momento del campionato. Risultato: squadre infarcite di campioni stranieri (in omaggio ad una regola scellerata secondo la quale chi ha un cognome straniero è per forza un campione) e calo pauroso del tasso di affetto verso i colori della maglia, elemento imprescindibile nella filosofia del calcio.

In Europa, insomma, si aggira un esercito di mercenari del pallone che firma contratti laddove il profumo del denaro è più intenso, grazie anche alle migliaia di miliardi che le emittenti televisive - satellitari e non - versano nella casse delle società per acquistare i diritti di trasmissione. Un fenomeno, che, inoltre, da una lato rende i calciatori veri e propri personaggi televisivi, dall'altro li costringe a un calendario serrato di partite, con effetti sul rendimento in campo talvolta deleteri. E' un calcio, insomma, che odora sempre più dell'asettico degli studi televisivi e sempre meno dell'erba dei campi di gioco.
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